Il primo ad andarsene fu Gino, il “cavaliere dell’ideale”

Enrico Galantini e Gino Melani in posa davanti al castello di Palo Laziale nel 1902

Il gruppo più ristretto e assiduo era fatto di quattro amici. Oltre  a Enrico e Adriano c’erano Vittorio Bianchi e Gino Melani. Tutti laureati in legge, Adriano faceva l’ avvocato,  Vittorio era nel corpo diplomatico, Enrico era impiegato nella Cassa nazionale di previdenza. Cosa facesse Gino non lo so.

Al carissimo Enrico Galantini, assiduo e infaticabile compagno nelle faticose ricerche sugli Annali, sul Digesto e sulle Leggi, nonché sui misteri del FORO, questo ricordo degli ultimi beati tempi Universitari e di una gentile fotografessa, offre Gino Melani. 11-8-903

Era stato compagno di università di Enrico alla Sapienza – si chiamavano scherzosamente l’un l’altro Pipinazzi e Mellisani –, partì per la guerra dopo Adriano Novi Lena ma morì prima.

Al suo diletto Pipinazzi, Mellisani

Il 1° agosto, nella lettera ad Adriano già pubblicata, Enrico gli annunciava la partenza per il fronte di Gino, tenente nel 1° reggimento dei Granatieri. In una lettera dell’8 agosto non c’è parola su Gino (che quindi era ancora vivo). Ma in una lettera del 17 settembre a Enrico, Adriano esordisce così:

“Carissimo Enrico, la tua lettera che mi annunciava la morte del nostro Gino mi giungeva mentre mi disponevo in riga per abbandonare Mestre (dove era rimasto per circa un mese per guarire da un problema alla mano che gli era venuto “a forza di tirare la corda”, ndr) e recarmi in questi primi lembi di terra italiana redenta, dove ci prepariamo ad aprire il fuoco sulle resistenze austriache. Unisco il mio al vostro compianto per la dolorosissima perdita dell’amico indimenticabile. Egli morì come visse, da perfetto cavaliere dell’ideale! Pochi giorni innanzi avevo ricevuto una sua cartolina di cordiale saluto e di buon augurio. Poveretto! Io ero perfettamente al sicuro e a lui invece la morte urgeva da presso”.

Gino aveva scritto anche a Enrico. Due cartoline postali, una il 6, l’altra il 7 agosto (inviata la prima doveva essergli arrivata una missiva da Enrico alla quale aveva risposto subito). Nella prima, la più significativa, il “vecchio tenente” racconta la vita in trincea. “Carissimo Enrico, ti scrivo dagli avamposti dove mi trovo dal giorno del mio arrivo. Ho subito intrapreso la vita di talpa che caratterizza la guerra delle trincee. Mi sono ormai abituato alla musica e ai sibili delle granate, che ci passano sul capo quasi continuamente. Ieri scoppiarono ben 16 granate a una distanza di 150-200 metri dalla mia tana. Una scheggia volò su un villino a 20 metri da me, fracassando parecchia roba”. Non rinuncia a un po’ d’ironia (nella quale oggi è forse facile leggere il tentativo di esorcizzare un futuro probabile) quando afferma che “lo spettacolo è grandioso e merita assistervi, anche quando il biglietto d’ingresso potrebbe pagarsi un po’ caro, come direbbe il nostro console”.  È soddisfatto del modo in cui ha reagito alle asprezze del fronte. “Il morale è eccellente. I miei bravi granatieri mi vogliono già molto bene, anche perché vedono che il loro vecchio tenente assiste senza battere ciglio a questa furia infernale: io stesso ho constatato con gran piacere personale che mantengo una buona dose di calma e di freddezza“.

Ma il destino era in agguato. Meno di un mese dopo, Gino Melani, il “perfetto cavaliere dell’ideale”, moriva. Non so come. Forse in un assalto, forse colpito da una di quelle granate che tante volte avevano mancato la sua tana. Il biglietto d’ingresso, anzi, d’uscita da quello spettacolo fu decisamente caro, troppo caro.

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