Quella mattina di giugno

Prima o poi dovrò provare a scriverla, questa storia. Anche se ci sono troppi “buchi” per i quali dovrò fare sfoggio di fantasia. E, soprattutto, anche se molti particolari della vita di tutti i giorni in quel periodo non li conosco.
Del resto non ho alternative. Con il passato della famiglia sono andato abbastanza avanti. Non è che non abbia ancora cose da dire. Ma forse il più è fatto. E allora bisogna che ci provi, a usare la fantasia. Nel frattempo continuerò a leggere su quegli anni e cercherò di non essere né timido né sfacciato nell’invenzione.

Quello che segue potrebbe essere un modo per iniziare a raccontare  la storia. O forse no. Intanto lo pubblico, tanto questi sono lavori in corso…

Pioveva, quel giorno di inizio giugno. Ma non era uno di quei bei temporali estivi tipici di quel mese. Sembrava di essere a marzo. Su Roma cadeva fitta un’acquerugiola sottile che si apriva a raggiera sull’ombrello e poi scendeva giù, compatta fino a terra. Aveva piovuto tutto il giorno, con brevissime pause quasi a ricaricare il serbatoio. E adesso, alle cinque e qualcosa del pomeriggio, aveva ripreso con la stessa cadenza imperturbabile.
Enrico raggiunse il portone del numero 56, l’ultima casa di Via Gregoriana. Da casa sua, in via Principe Amedeo, c’era voluto un quarto d’ora a un passo abbastanza spedito. Ora era qui per accompagnare alla stazione l’amico di una vita che andava verso il Nord, là dove da poco più di due settimane era iniziata la Guerra contro i vecchi alleati dell’impero.
Adriano aveva voluto partire volontario, come soldato semplice, lui che, essendo laureato e avvocato, avrebbe avuto diritto a fare l’ufficiale. – Ma quale comando e comando – aveva risposto a suo padre Giuseppe che glielo aveva fatto notare. – Io di guerra non so niente, se non che oggi è giusto farla. L’ufficiale lo faccia chi ha esperienza. Io vado a fare il mio dovere di italiano.
E così si era arruolato – si era presentato al distretto militare il 25 maggio –  come soldato semplice, volontario di guerra. Lo avevano destinato all’artiglieria. Gli avevano dato una divisa che gli stava un po’ stretta, – Ma al fronte vedrai che dimagrirai, aveva provato a scherzare la fidanzata Maria – un pastrano un po’ troppo lungo, il  sacco d’ordinanza. L’avevano mandato nella caserma dell’artiglieria a Tor di Quinto per una prima fase di addestramento. Poi, complice un biglietto (segreto) di suo padre al generale Rossone, gli avevano permesso di passare un paio di giorni a casa prima di partire per Mestre, da dove poi avrebbe raggiunto la sua destinazione.
E adesso era lì, davanti a lui, nell’androne di palazzo Boncompagni, che conversava con il vecchio Sante, il portiere. Nonostante Adriano avesse ormai 33 anni suonati e fosse uno stimato avvocato del Foro di Roma e di quello di Genova, a Sante Miraglia, che lo aveva visto bambino, scappava di chiamarlo ancora “signorino”, prima di correggersi in un più rispettoso “Avvocato Novi Lena”. Adesso il portinaio stava lì, impettito e con il cappello tra le mani, a salutare il figlio del Commendatore che partiva per il fronte austriaco, per quella guerra che tutti speravano sarebbe stata rapida e vittoriosa.
– Eccoti – lo salutò Adriano che gli si fece incontro e l’abbracciò. – Sono sceso io un po’ prima per evitarti scene penose. Il babbo stava lì, dritto e muto, ma il barbozzo gli tremava un pochino. Sai com’è: lui non approva la mia scelta ma, una volta che me lo ha detto, ora tace. Mi ha guardato, mi ha abbracciato e mi ha detto “Adesso è ora che tu vada”. E così sono sceso ad aspettarti qui. Ma tu, domani o quando puoi, vienilo a trovare. Ti vuol bene, lo sai, come a un secondo figlio.
– E la signorina Maria? – chiese Enrico.
– La Maria lo sai com’è. Ha fatto il suo pianto, la sua scena madre. Ma prima, quando eravamo soli in salotto. Poi, davanti al babbo, ha mantenuto la sua compostezza da vestale ferita e un po’ offesa da quest’uomo che alla sua venustà preferisce il richiamo della Patria. Mi ha baciato sulla fronte, mi ha benedetto ed è rimasta lì a guardarmi uscire. Niente da dire, una gran donna.
– Sì, una gran donna – concordò Enrico. E fece per prendere l’ombrello e aprirlo.
– No, aspetta, tra un po’ dovrebbe arrivare la carrozza. Il babbo ha voluto che la prendessi. Ne ha fatto quasi un punto d’onore. L’ultimo privilegio da borghese benestante, prima della dura realtà del fronte, ovunque mi destinino. E devo dire che, con questa pioggia, mi ha fatto anche piacere la sua iniziativa. Da stasera inizia un’altra vita. Dove di carrozze mi sa che non ce ne saranno tante…

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2 risposte a Quella mattina di giugno

  1. daniela ha detto:

    Finalmente si comincia sul serio!!! Mi piace e anche molto. Sono curiosa pur conoscendo già la storia. Ma sono sicura che saprai renderla affascinante e…nuova e che mi affezionerò ai personaggi come a “parenti stretti”. Buon lavoro amore mio!!!

  2. angelogalantini@libero.it ha detto:

    Buona la prima! un dettaglio te lo dico poi a voce,forse….ma funziona,è interessante,anche se non può essere buon giudice chi in qualche modo a questa storia è legato.

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