Post scriptum. A mo’ di epilogo

Se scriverò mai questa storia, oltre all’inizio ho ben chiara la fine. Che sarà come un post scriptum, avrà luogo più di sessant’anni dopo i fatti di questa storia, e sarà anch’essa (nei limiti del possibile) rigorosamente vera.

A mo’ di epilogo

Enrico morì nel 1966. Era sopravvissuto discretamente a una prima trombosi un paio d’anni prima, ma la seconda gli fu fatale. Aveva 85 anni, un’età ragguardevole per un maschio in quegli anni. All’epoca avevo tredici anni e non ricordo molto. Se non che piansi a dirotto pensando che ero un bambino molto sfortunato e che la vita non sarebbe stata più la stessa senza mio nonno. E ricordo anche che al funerale conobbi un mucchio di persone che non  avevo mai visto, che dicevano di essere parenti (ma allora perché non li avevo mai visti prima?), che mi abbracciavano e mi baciavano, come del resto facevano con mio fratello, mia sorella e mia cugina – i poveri nipoti… – , dicevano qualcosa di bello su nonno e poi continuavano a parlare tra di loro.

I nonni con mia cugina Maria a Sorrento il 4 ottobre del 1965

Di nonna in quei giorni non ricordo nulla ma non ho dubbi sul fatto che esibisse assai bene il suo dolore (sicuramente vero ma altrettanto sicuramente “impostato”, da vera attrice qual era). Anche in quell’occasione, più che mai, sarà stata al centro del tutto, lei, la vedova inconsolabile, che rimaneva sola in quella grande casa dove tutto le ricordava una vita intera passata assieme al suo Enrico.

Più o meno negli stessi anni in Val Pusteria

Enrico e Maria a passeggio per via Arenula. 1940

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria aveva allora 76 anni. Ne avrebbe vissuto altri dodici, in ottima salute, stroncata alla fine, in tre giorni, da una polmonite o, meglio, dai troppi amici che aveva. Il 14 febbraio del 1978, infatti, mentre era in bagno a lavarsi i capelli, il telefono squillò in continuazione: la chiamavano da tutta Italia e da mezzo mondo per farle gli auguri. Lei usciva ogni volta dal bagno con i capelli bagnati e, complice il freddo della grande casa di via Dandolo, questo le fu fatale. Tre giorni dopo moriva.

Negli ultimi anni della sua vita, comunque, ho avuto l’onore, l’onere (e anche, spesso, il piacere) di farle da autista, di ascoltare i suoi racconti, di scarrozzarla per Roma e, soprattutto, di portarla al Verano. Dove andavamo a trovare nonno Enrico e mia madre, che era morta nel 1972. Anche quando morì mamma mi ricordo che nonna non rinunciò (era evidentemente più forte di lei) al suo protagonismo. Il suo dolore era assoluto, quasi che fossero il figlio (che aveva perso la moglie) o i nipoti (che avevamo perso la madre) a dover consolare lei, la suocera che aveva perso la nuora con la quale aveva un così bel rapporto ( su questo mia madre non c’era più per dire la sua…). In quei giorni  la sentii parlare più volte dell’ingiustizia di quella morte, del non senso della vita, dell’impossibilità che esistesse un dio che permetteva tutto questo. Cose che si dicono in quelle occasioni, lo so, ma che sentivo profondamente anch’io.

Nonna nel posto che più amava: il sedile anteriore di un auto. Qui al Tuscolo, con amici, nel 1971

A Quiliano nel 1972, a fare la vendemmia nel podere lasciatole da Novi Lena

Quando qualche anno dopo, doveva essere il 1976, una volta che l’accompagnavo al Verano,  nonna Maria attaccò un discorso infinito sull’altra vita, sul fatto che avrei dovuto portare spesso fiori sulla tomba di famiglia quando lei non ci sarebbe più stata, che dovevo prometterglielo, perché lei avrebbe vegliato su di me dall’aldilà (come a dire che avrebbe comunque saputo se non l’avessi fatto…) e via dicendo.

A un certo punto non ne potei più e le dissi chiaro e tondo che non poteva dirmi queste cose, che mi ricordavo benissimo quello che aveva detto quando mamma era morta, che lei non credeva in Dio e quindi nemmeno al paradiso e via sbottando.

Lei allora mi guardò e, con uno di quei suoi sorrisi irresistibili che ne avevano fatto per decenni il centro del mondo, mi disse: “Enrico mio, vedi, io so quello che ho detto, ma ho compiuto qualche mese fa 86 anni. Sto bene in salute, è vero, ma non credo che me ne resteranno ancora molti da vivere. E se quello che dicono su Dio e sull’aldilà fosse vero? Meglio tenersi aperta anche questa possibilità”.

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4 risposte a Post scriptum. A mo’ di epilogo

  1. daniela ha detto:

    Un vero peccato non aver conosciuto la nonna. Che personaggio! Mi domando come mai nessuno di voi abbia ereditato la sua natura teatrale.

    • Maria ha detto:

      In effetti noi nipoti abbiamo preso tutti il carattere schivo e riservato di nonno… e per te (come per Mina, Franco, Dino e per i nostri figli!) è meglio che sia così, perchè talvolta con nonna Maria era veramente difficile sapere come comportarsi per non innescare i suoi comportamenti “teatrali”.
      Però, dopo tanti anni, si tende soprattutto a ricordare le cose belle e, per merito di questo blog, mi sto rendendo conto di quanto i nonni mi manchino (ricordo che io speravo che arrivassero a 100 anni…), soprattutto nonno Enrico, morto pochi giorni prima del mio 13° compleanno: era una persona eccezionale che avrei voluto conoscere meglio.

      Ringrazio Enrico per la foto di Sorrento. I nonni erano in villeggiatura lì e noi andammo a trovarli per pochi giorni: fu una bellissima vacanza che ricordo bene, nonostante siano passati tanti anni.

  2. isabella ha detto:

    Era lei che preparava le “mitiche” polpette che spesso ci decantavi ?

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