Sangue romagnolo

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Nel romanzo che non scriverò mai sulla storia di Adriano Enrico e Maria ci sarà, probabilmente, il primo incontro tra i due rami della mia famiglia. Anzi, più precisamente, tra quello che forse avrebbe potuto essere – in fondo di … Continua a leggere

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La signora con il cappello e le piume

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Spesso quello che ho fatto in questo blog è stato quasi un lavoro investigativo sulle immagini. Molte foto conservate da nonno Enrico e nonna Maria, e poi da zio Adriano, sono senza didascalia e si riferiscono a persone ovviamente familiari … Continua a leggere

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Un Lopez sui Lopez

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Devo alla costanza di ricercatore del cugino Luca Di Carlo, che me ne ha portato copia quando finalmente ci siamo incontrati a casa dell’altro cugino Enrico De Giovanni dopo Natale, la conoscenza di un libriccino sulla famiglia Lopez Celly scritto … Continua a leggere

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I due Ippoliti

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Nel mio piccolo angolo delle immagini di famiglia accanto al letto c’è anche questa incisione, che ricordo quando ero piccolo nello studio di mio nonno a Via Dandolo. Si trovava all’immediata sinistra della porta, nel poco spazio che precedeva la … Continua a leggere

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Una tomba in due tempi

Il 19 luglio del 1943 Roma venne bombardata dagli aerei alleati. La prima di più di 5o volte. Quel giorno di luglio venne colpito il quartiere di S.Lorenzo. E anche il cimitero di Roma venne bombardato pesantemente. Se oggi entrate al Verano, c’è un campetto, vicino all’ingresso monumentale, dove solo poche tombe sono state ricostruite. Una di queste è quella di Ernesta Lopez-Celly e di sua madre Costanza Torti.

Il campetto del Verano con la tomba di Ernesta

La lapide delle due nonne

Come abbiamo visto in un altro post, lo zio Filippo regalò al piccolo Enrico la tomba di sua nonna, che si trovava accanto al cenotafio di Giuseppe Garibaldi, per seppellirvi la madre. Ma in realtà, non avendo Enrico neanche otto anni, fu Tito Chierici a prendersi l’impegno, anche economico, di far realizzare la sepoltura. Che doveva essere diversa da quella di oggi, a leggere il dettagliatissimo “conto di lavoro” che il “capo d’arte” Luigi Cortellacci consegnò a Tito il 14 ottobre 1889, riscuotendo 512,63 lire (circa duemila euro): doveva esserci una sponda verticale e una lastra per la sola Ernesta (accanto alla quale, immagino, ve n’era un’altra per sua madre). E sulla lastra c’era incisa una frase che per Tito scrisse l’amico Giuseppe Camillo Mattioli di Bologna, avvocato e poeta, nonché patriota e compagno d’esilio dei Chierici a Corfù.

Qui posa
la spoglia mortale
di
Ernesta Lopez Galantini
che
dopo il martirio della vita
magnanimemente sofferto
sperò accanto alla madre
requie suprema
—-
Nacque in Roma il 9 marzo 1844
Quivi morì l’11 luglio 1888

Questa era la scritta sulla tomba devastata dalle bombe quel 19 luglio. Sedici anni dopo, un altro documento conservato da Enrico ci dice che, dopo tre tentativi, la Commissione artistica cimiteriale dette la sua approvazione al progetto di Copritomba in data 25 giugno 1959. Un mese dopo la fattura di Simone Ferri, Fornitura e lavorazione marmi (120.600 lire, circa 1.500 euro), ci dice che il lavoro è fatto. Ed è la tomba che vediamo oggi.

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Quelle lettere distrutte

Ricevo da mia cugina Maria questa mail che spiega uno dei “misteri” sollevati dal post precedente. E la condivido in questo che sta quasi diventando, piano piano, un lavoro collettivo…

“Caro Enrico,
te lo dico io dove sono finite le lettere di Adriano a nonna Maria! La nonna le aveva conservate, poi, un bel giorno – non so perché – decise di distruggerle. Prima, però, le ha rilette tutte, ovviamente e comprensibilmente commuovendosi ! Quando? Noi eravamo bambini e sicuramente era ancora vivo nonno Enrico.

Ricordo (e forse – chissà – ora che te lo dico te ne ricorderai anche tu) che ci fu un periodo in cui, quando andavamo lì, la domenica pomeriggio, la nonna leggeva ai nostri genitori i brani più commoventi, con la “teatralità” che le era propria. A me, bambina, questa cosa sembrava molto ridicola, però, adesso mi rendo conto di che emozione dovesse essere per lei.”

Cara Maria, ricordo le domeniche pomeriggio (e come potrei dimenticarle…) anche se ormai un po’ velate dalla patina del tempo. Ma delle lettere di Adriano, niente, nada, rien – e non so dirlo in tedesco, se no continuerei…

Grazie comunque del tassello che hai aggiunto al puzzle. E alla prossima.

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Lettere dal fronte

Lettere al fronte, lettere dal fronte. Non sono tante le carte scritte ad Adriano e da Adriano. O almeno sono poche quelle che sono arrivate fino a me. E molte sono cartoline postali, più o meno dedicate a ricordare l’indirizzo al quale mandargli la posta. In massima parte la corrispondenza è tra Enrico e Adriano. Di Maria c’è solo una cartolina postale dell’8 dicembre 1915. E il famoso fazzoletto-biglietto di cui abbiamo già parlato. Ma nulla di quanto Adriano le scrisse dal fronte nei pochi mesi (sicuramente meno di dieci) della sua guerra. Evidentemente nonna Maria non ha conservato nulla, o forse, chissà, sono andate perse negli anni.

La prima cartolina da Mestre a Enrico è datata 27 luglio 1915. La data è scritta in grande e in verticale sull’immagine della statua del Colleoni a Venezia. Il testo è scheletrico: “Affettuosi saluti dal vostro Pietro Novi-Lena, volontario di guerra nel 3° reg.to artiglieria Fortezza – 17° gruppo – 12° compagnia Mestre (Venezia) – Zona di guerra”.

Enrico risponde con la lettera che ho già pubblicato. Racconta il 1° agosto della vita di Roma. Ringrazia Adriano delle sue cartoline (evidentemente almeno una di queste è andata persa). Gli racconta che anche l’amico Gino Melani è partito per il fronte. Gli chiede notizie della sua carriera: “E il prof. di calligrafia e capo del glorioso drappello di artiglieri che ebbi l’onore di salutare partenti da Roma è stato promosso caporale?”

Qualche giorno dopo (il 6 per l’esattezza) Adriano scrive una cartolina in risposta, con tanto di timbro VERIFICATO PER CENSURA: “Carissimo Enrico, grazie per la tua lettera; scrivimi quando ne hai voglia che mi farai sempre un immenso piacere. Saluti alla signorina e al Cavaliere; a te un abbraccio dal tuo Adriano”.

Passano quattro giorni e il 10 agosto Enrico manda a sua volta una cartolina all’amico. “Caro Adriano, grazie della tua cartolina. Non potendo scriverti a lungo ti mando questa con i saluti di tutti per te. Io fatico come un cane, alla lettera. Speravo che la guerra portasse diminuzione di lavoro ma accade il contrario. Ad altra mia quindi maggiori notizie, per adesso prenditi un bacio dal tuo Enrico”.

Poi c’è un mese di silenzio. E una lettera di Adriano il 17 che inizia parlando della morte di Gino Melani. “Carissimo Enrico, la tua lettera, che mi annunciava la scomparsa del nostro Gino, mi giunse mentre mi disponevo in riga per abbandonare Mestre e condurmi in questi primi lembi di terra italiana redenta, dove ci prepariamo ad aprire il fuoco sulle resistenze austriache”. Si unisce al dolore di tutti, ricorda che Gino gli aveva scritto una cartolina dalla prima linea mentre lui, Adriano, invece era a Mestre per curarsi una mano alla quale, “a forza di tirare la corda”, era venuto un “flemmone”, una sorta di infezione purulenta (anche se aveva scritto al padre che si trattava di una semplice ammaccatura al dito). Questo problema lo avevo tenuto lontano dal fronte più di un mese ma ora era pronto a tornare.

La lettera successiva è del 31 ottobre. È sempre Adriano a scrivere. L’inizio è scoppiettante (devo averlo già citato in qualche post…): “Le nostre batterie con un fuoco indiavolato stanno demolendo la resistenza austriaca, e la fanteria avanza, avanza sempre verso G.” Poi loda l’idea degli amici di ricordare con una fondazione Melani e chiede di parteciparvi. Ricorda le serate passate assieme nella “tranquilla e ospitale casetta” di Enrico,  il sorriso e l’arguzia di Gino. Chiede notizie dei Chierici, “gran brava gente che più si ricorda quanto più ne siamo lontani,”, manda “baci infiniti” e informa che i suoi sono andati a Spotorno.

Ancora una cartolina il 4 dicembre. Adriano ringrazia Enrico della sua ultima lettera, “buona, cordiale, amichevole come sempre”, lo esorta a “non strapazzarsi troppo” e gli dice che probabilmente a fine mese avrà qualche gior o di licenza che passerà a Spotorno dai suoi, “di là ti scriverò a lungo e penserò a raddoppiare il mio debito”.

L’8 dello stesso mese Maria scrive una cartolina ad Adriano. Dice di essere a Savona presso la sig. Ester. “Ti penso molto e ti amo infinitamente” scrive e, dopo i saluti di tal Sig. De Filippi e signorina,  chiude così: “Ti stringo forte al cuore dandoti tutti i miei baci – la tua Maria”.

Siamo quasi alla fine, ormai. Per Natale Adriano va in licenza due o tre settimane a Spotorno, dove lo raggiunge una cartolina di Enrico scritta il 13 gennaio. “Caro Adriano, volevo scriverti una lettera ma poiché in questi giorni ho una valanga di lavoro da sbrigare e un buon numero di colleghi malati mi limito per ora a dirti che ho ricevuto il vaglia  e a ringraziarti, meglio a ringraziare te e la sig.na Maria del buon ricordo che portate di me e più specialmente dei buoni propositi che avete per l’avvenire, avvenire che voglio pel bene di tutti augurare molto prossimo. Assolvo la sig.na Maria da ogni responsabilità per le parentesi per quanto l’omissione del Dott. sia grave. Vero è che risulta che Fagiolino divenne anche governatore ma mai dottore e quindi… Ti abbraccio e bacio, tuo Enrico. Ossequi al babbo, rispettosi saluti alla sig.na Maria”.

Lo stesso 13 gennaio Adriano parte per tornare al fronte. È infatti questa la data sul biglietto che dà il titolo a questo blog. “Vado alla guerra e ritorno subito. Tanti, tanti, tantissimi, infiniti baci e carezze alla mia bubetta e al mio ottimo babbo”. Firmato: “Babù-Adriano”.

Il 23 gennaio, l’ultimo scritto rimasto: una cartolina a Enrico in cui gli chiede se ha ricevuto la sua lettera da Spotorno e gli dà il suo nuovo indirizzo: 128° batteria d’assedio, 6° Corpo d’Armata. II armata. Zona di guerra.

Due mesi e poco più dopo, Adriano muore nel Collio. E tutto cambia.

P.S. Sulla fine delle lettere di Adriano a nonna Maria, la verità la racconta mia cugina nel post seguente.

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Lettere e letterine

A proposito di biglietti e dediche, lettere e letterine, tra le carte sicuramente più care a nonno Enrico c’erano proprio alcune lettere.

 

 

 

 

 

 

 

Quella scannerizzata qui sopra è una letterina (neppure tanto “ina” vista l’età di chi scriveva) di Enrico a sua madre per le festività del Natale 1887, scritta il giorno dell’antivigilia. Pochi mesi dopo Ernesta sarebbe morta nella sua casa di via dei Mille 18 (ci sono passato, non esiste più, al 18 c’è un edificio di un solo piano con un ristorante non mi ricordo se cinese…) ed Enrico, a sette anni, unico tra i cinque figli ancora viventi non sarebbe andato a vivere con il padre bensì con la famiglia Chierici.

Scrive Enrico con la sua bella grafia da bambino, su un foglio di carta pregiata con sovraimpressioni e l’immagine di un bimbo dalle bretelle rosse: “Cara mamma, in questi giorni in cui le mie compagne scrivono una bella letterina ai parenti, non ho voluto esser da meno di esse; ma non so se vi riuscirò, perché ancora è presto per me a dire tutte le cose che vorrei. Ti dirò alla meglio che ti voglio di molto bene; già lo sai: e che quando ti disobbedisco non lo fo per darti dispiacere, non lo fo per male: no davvero, davvero. Dunque perdonami e accetta tanti auguri per queste feste e per l’anno nuovo. Ora non ti dico altro; ti saluto e ti abbraccio. Tuo Enrico. 23 Dicembre 1887”. Che dire, se non che nel suo piccolo è un documento commovente e tenero, e pure ben scritto, la (prima?) lettera di un bambino affettuoso a una madre malata. (E, se posso aggiungere, con un uso maturo della punteggiatura: chi li usa più i punti e virgola?).

Oltre a questa lettera ce n’è un’altra che immagino fosse carissima a nonno, che doveva tenerla come una reliquia (e infatti è in sorprendente stato di conservazione) ed è una lettera di sua madre Ernesta bambina (un po’ più grande, aveva circa dieci anni) indirizzata alla di lei madre Costanza (anch’essa verso la fine della sua vita: sarebbe morta solo un anno dopo a 35 anni).

La lettera è datata 13 marzo 1854 e l’intestazione (quasi un esergo accanto a un’illustrazione in monocromo e la scritta stampata “Mercredi” con tanto di capolettera miniato) dice: “Alla mia buona Mammà, i primi concetti del mio pensiero”. Il testo è questo: “Mammà mia Vi voglio tanto bene; Voglio essere sempre buona; voglio dare consolazione a voi, e voglio studiare, lavorerò sempre bene, Vi do tanti baci, Vi saluto di cuore , e sono la vostra affezionatissima Figlia Ernestina”. (Sia detto per inciso, il 13 marzo del 1854 era lunedì, non mercoledì).

Assieme a questa letterina c’è anche una specie di quaderno, scritto sempre da Ernesta, in cui c’è la brutta copia di questa e di altre lettere, perché, come spiega lei stessa al padre, “Siccome Madame Cadet desidera che spesso ci esercitiamo a scrivere lettere, stimando ciò cosa utilissima; io voglio far sacri a Lei, mio caro Papà, i miei primi concetti, come a Mammà volsi ancora la mia prima lettera, essendoché a Loro, miei amatissimi Genitori, debbo l’inestimabile benefizio della istruzione, che vado ricevendo, non solo da Loro, ma ancora dalla stessa Cadet, la quale si presta per noi come un altra Madre…”. Lettere personali, ma poi anche lettere più generiche, esercizi di scrittura e anche per apprendere, credo, forme di cortesia, con una grafia che presenta qualche defaillance fino a esplodere, nell’ultimo foglio, in un liberatorio “Fine delle lettere”, scritto più in grande, appena sopra la firma: Ernesta Lopez.

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Dediche e firme

Enrico Galantini, nonno Enrico, è stato un uomo buono e pio. Molto religioso. Fu educato a essere così, nel ricordo della madre morta quando lui aveva solo sette anni, dalla famiglia Chierici. Tra le carte tramandatemi da zio Adriano ci sono molti, moltissimi bigliettini a lui inviati da Luigi Chierici e da suo figlio Tito. In ogni occasione o anniversario, compleanni, onomastici, date importanti (come il 1° gennaio del 1900) il suo nonno e padre putativi gli scrivevano poche (a volte non tanto poche) righe per felicitarsi con lui e spronarlo a essere sempre migliore, sempre più il degno figlio di tanta madre.

Quella che pubblico qui sotto è la dedica di Tito Chierici a Enrico (il “suo caro Ghighetto”) nel giorno dell’Epifania del 1889 (nonno doveva ancora compiere gli otto anni ed era rimasto da pochi mesi orfano di madre) di un libro, “La storia sacra dell’Antico e Nuovo Testamento”, ad uso delle scuole secondarie e magistrali, del teologo collegiato Francesco Cavalleri, edito da Marietti nel 1862 . Un libro che, scrive Tito Cherici nella sua dedica, lui stesso “ebbe in premio nell’anno 1863” e “oggi l’offre al suo caro Ghighetto perché lo serbi (a) ricordo di lui”. Un regalo denso di significati, un regalo che oggi sembra quasi impensabile, tanto i tempi son cambiati.

Ma nello stesso libro c’è un’altra cosa che mi ha intrigato e commosso. Come tutti i bambini, come ho fatto anch’io (e credo tutti quelli che mi leggono) da piccolo, nonno appone la sua firma in alto nel frontespizio.

Una grafia abbastanza decisa per essere quella di un bambino (e se ci ripenso, una firma non così diversa da quelle che facevo anch’io, che ho avuto in sorte il suo nome), con quella sbarretta obliqua in coda, che fa pensare quasi a un “y”, e quel misterioso ghirigoro finale, quella specie di c con tre puntini, quasi un emoticon ante litteram, ma più probabilmente solo un gioco da bambino, qual era Enrico in quei giorni, a dispetto dei dolori e dell’abbandono che la vita gli aveva riservato con copiosa sollecitudine.

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Un riverente affettuoso saluto

Il 31 dicembre del 1900 Giuseppe Novi Lena, il Commendator Giuseppe Novi Lena, lascia il Molino e Pastificio Pantanella di Roma, alla cui guida (e salvataggio) era stato mandato da quella Banca d’Italia che, nel 1901, lo mandò a Siena a fondare e dirigere la locale filiale della Banca centrale. A lui i 62 impiegati del Molino, che aveva sede alla Bocca della Verità, consegnano, con il loro “riverente affettuoso addio”, questa pergamena di congedo (la foto è scarsa, cercherò di farne una migliore).

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