Fratelli e sorelle (e cugini)

Settembre, andiamo, è tempo di tornare. Ebbene sì, l’ultimo mese mi sono preso una vacanza dall’impegno di ricostruire la storia di Adriano Enrico e Maria, ma adesso torno all’opera. Con questo post più che altro fatto di immagini e con una novità, dovuta proprio a questo blog. La novità è stata la scoperta di un cugino che non sapevo di avere, che mi ha trovato attraverso queste pagine, nelle quali a sua volta era incappato facendo ricerche su internet sulla sua (che è anche la mia) famiglia.

Luca Di Carlo, questo è il suo nome, è figlio della figlia della figlia della sorella maggiore di nonno Enrico, la zia Nannina (già immagino chi legge che cerca di tradurre in parole più semplici la genealogia testè riportata: ebbene sì, Luca e io siamo cugini di quarto grado,  visto che – e questo forse risulterà più chiaro – mio nonno e la sua bisnonna erano fratello e sorella). Tramite Luca, con il quale fino adesso ci siamo solo scambiati email (visto che tra l’altro vive a Madrid), ho conosciuto, per adesso solo telefonicamente –  spero quanto prima di poterla andare a trovare (vive a Roma)  –, sua madre, Giuliana Balzar, una  signora simpatica, più grande di me, dalla bellissima  e delicata inflessione romanesca (lo so, sembra un ossimoro, ma credetemi, è così), con la quale abbiamo parlato a lungo, ovviamente, di storie di famiglia.

Fatta questa premessa, inizio questo post, in qualche modo dedicato a Luca, con le immagini in mio possesso dei fratelli e delle sorelle di nonno.

Luigi Galantini ed Ernesta Lopez Celly ebbero nove figli, cinque femmine e quattro maschi: Augusto  (nato nel 1865 e morto a nove anni nell’agosto del 1874) Anna Maria (Nannina, nata nel 1866 e morta a 92 anni), Costanza (nata nel 1867 e morta a 14 anni nell’agosto del 1881), Emma (nata del 1871 e morta a 96 anni nel 1967), Corinna (nata nel 1873 e morta a 76 anni nel 1949), Augusto (nato nel 1875 e morto nel 1941 a 66 anni) Ippolito (nato nel 1877 e morto bambino: nello Stato delle Anime del 1883 già non compare), Enrico ed Eugenio, gemelli nati nel 1881 (l’uno vissuto 85 anni e l’altro morto a 13 mesi).

Nannina, Emma (sedute) e Corinna (l'ultima a destra) con due conoscenti a Catino, presumibilmente verso la fine dell'800

Questa foto delle tre sorelle Galantini è l’unica “di gruppo” che possiedo. e anche l’unica immagine che ho di Emma (dovrò chiedere al cugino Enrico di porre rimedio a questa lacuna). Della zia Nannina ne ho più d’una.

 

 

 

 

 

 

La foto a sinistra era protetta da un foglio di carta velina sul quale nonno aveva scritto “Mia sorella Nannina”.  La foto di destra è invece la tipica immagine in cartolina postale che all’epoca si mandava ai propri cari come ricordo. La foto qui sotto, col cappellone e le piume, è più o meno coeva. Anch’essa è  nel formato cartolina postale

Di Emma, dicevo,  non ho altre foto, se non quella di gruppo. Quello qui sotto è un particolare ingrandito di quella immagine.

Di Corinna ho una bella foto (anche se rovinata dal tempo) del 1893: aveva all’epoca 20 anni e nella foto c’è una dedica alla sorella Anna Maria. E poi una foto di lei anziana, in cui a mio avviso assomiglia moltissimo a nonno Enrico

 

 

 

 

 

 

Ho una foto piccolina del primo Augusto, morto nell’agosto del 1874 a soli 9 anni per una febbre fulminante (come si capisce da una lettera di condoglianze scritta a Luigi Galantini in quei giorni da un amico).

L’anno dopo, il 1875, nacque un altro bambino e venne chiamato ovviamente Augusto Cesare anche lui. Studiò agraria e visse la sua vita a Terracina, gestendo la sua azienda agricola. Di lui ricordo una foto che non trovo più, a cavallo e con un fucile, se non sbaglio.

Degli altri figli non ho immagini. Nonno aveva un ritratto a olio del suo gemello Eugenio, che poi mio padre, Eugenio anche lui,  teneva accanto al letto. Quando riuscirò a fotografarlo, integrerò questa galleria.

E poi c’era nonno. Ho già pubblicato tante foto di lui, a tutte le età. Qui vorrei chiudere con la foto che per me “è” mio nonno. Io lo ricordo così. Un uomo vecchio (quando nacqui aveva 72 anni). Un uomo mite. Un uomo buono.

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Sfida al ministro

Ancora a proposito di coincidenze. Tempo fa, quando mi sono imbattuto nella via dedicata a Luigi Chierici a Cantalupo, sono andato su Google a fare una ricerca sulle parole “via” “Luigi” “Chierici”. Tra i risultati comparsi, c’era quello di un’ “Azione di Luigi Chierici al R.Ministro dell’Istruzion Pubblica”. Cliccandoci sopra sono arrivato su Ebay dove ho visto che si trattava di uno scritto di Chierici, di quaranta pagine, in vendita al modico prezzo di venti euro (più tre per la spedizione). Essendo la cifra, nonostante i rovesci delle borse internazionali, alla portata delle mie tasche, ed essendo tanta la curiosità, ho concluso l’acquisto. Che è arrivato l’altro ieri nella buca delle lettere.

Scritto e stampato nel 1863 (la data in calce allo scritto è il 23 luglio), il testo è una vera e propria sfida al ministro della Pubblica Istruzione, il senatore siciliano Michele Amari. Questi, non solo non aveva dato seguito alla richiesta di Chierici di essere “nominato professore straordinario di Medicina Civile col relativo stipendio” all’Università di Torino – dove Chierici aveva aperto un corso libero della stessa materia, con buon riscontro di partecipazione e richieste di giornali medico-scientifici di pubblicare le lezioni –, ma aveva anche escluso qualsiasi contributo ministeriale alla pubblicazione del Trattato di Igiene sociale che Chierici stava pubblicando in quaderni successivi. A questa ulteriore vessazione lo studioso bolognese decide di rispondere pubblicamente, con questa che lui stesso definisce “azione legale”, anche se qualche amico lo avverte che, così facendo, avrebbe rischiato la vendetta del ministro e quindi di vedersi “chiusa decisamente la via alla  carriera che intendo percorrere”.

L’attacco dell’Azione è un panegirico della libertà di stampa, capace di far “risplendere la verità nella sua piena luce”, “onorare la giustizia”, ma anche di “scoprire e annientare le mene delle caste, e di sciogliere innanzi al tribunale dell’opinione pubblica gli intrighi di coloro cui piace lavorare nel mistero a danno altrui”. Nelle pagine seguenti Chierici ricorda la sua storia di patriota, esule e medico (vi scopriamo che di figli ne ebbe cinque, quindi altri tre oltre a Tito e Dora che avevamo già incontrato); enumera i suoi titoli a ricoprire la cattedra per la quale si era proposto; rende noti i riconoscimenti che gli avevano inviato personaggi del calibro di Bettino Ricasoli, Terenzio Mamiani, Niccolò Tommaseo, i ministri Minghetti, Cibrario e  Sella, nonché una sfilza di illustri medici dell’epoca. Poi passa all’attacco di coloro che, anonimi ma incaricati dal suddetto ministro Amari, avevano stroncato il suo insegnamento (li definisce “soggetti di merito mediocre”). Nega che abbiano mai assistito alle sue lezioni, ma comunque ne confuta le argomentazioni. E alla fine annuncia pubblicamente che intende “concorrere alla vacante cattedra d’Igiene fisica in questa R. Università e frattanto d’esservi destinato come professore straordinario“. I neretti sono dello stesso Chierici, che in nota “va giù” ancora più pesante: “Mi riserbo poi sempre di chieder la nomina di Professore libero d’Igiene, in base al programma universitario, con effetti legali, quando alle suespresse decisioni si ostinasse di non venire.” La sfida a questo punto è totale: “Il Pubblico prenderà conoscenza de’ miei umili studi: e sopravegliando alle decisioni che conseguiranno alle mie domande dal Ministro e dal Consiglio Superiore della Istruzion pubblica, si farà Giudice imparziale di me e dei miei Giudici”. Insomma, libertà di stampa e opinione pubblica al loro meglio…

Come andò a finire? Lascio la parola al Dizionario biografico degli Italiani Treccani: “Per i suoi meriti, lo stesso anno (il 1863, ndr), venne incaricato dell’insegnamento della pubblica igiene presso l’università di Torino”.

Tutto bene insomma? L’opinione pubblica e i buoni avevano prevalso sulle “mene delle caste”? Non ne sarei così sicuro. L’anno dopo, infatti, nel 1864 cioè, Luigi Chierici lasciò Torino (e immagino anche la cattedra) e tornò nella sua Bologna, dove qualche anno dopo aprì il primo istituto d’istruzione superiore femminile.

il busto di Luigi Chierici donato da mio nonno alla Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna nel 1941

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Post scriptum. A mo’ di epilogo

Se scriverò mai questa storia, oltre all’inizio ho ben chiara la fine. Che sarà come un post scriptum, avrà luogo più di sessant’anni dopo i fatti di questa storia, e sarà anch’essa (nei limiti del possibile) rigorosamente vera.

A mo’ di epilogo

Enrico morì nel 1966. Era sopravvissuto discretamente a una prima trombosi un paio d’anni prima, ma la seconda gli fu fatale. Aveva 85 anni, un’età ragguardevole per un maschio in quegli anni. All’epoca avevo tredici anni e non ricordo molto. Se non che piansi a dirotto pensando che ero un bambino molto sfortunato e che la vita non sarebbe stata più la stessa senza mio nonno. E ricordo anche che al funerale conobbi un mucchio di persone che non  avevo mai visto, che dicevano di essere parenti (ma allora perché non li avevo mai visti prima?), che mi abbracciavano e mi baciavano, come del resto facevano con mio fratello, mia sorella e mia cugina – i poveri nipoti… – , dicevano qualcosa di bello su nonno e poi continuavano a parlare tra di loro.

I nonni con mia cugina Maria a Sorrento il 4 ottobre del 1965

Di nonna in quei giorni non ricordo nulla ma non ho dubbi sul fatto che esibisse assai bene il suo dolore (sicuramente vero ma altrettanto sicuramente “impostato”, da vera attrice qual era). Anche in quell’occasione, più che mai, sarà stata al centro del tutto, lei, la vedova inconsolabile, che rimaneva sola in quella grande casa dove tutto le ricordava una vita intera passata assieme al suo Enrico.

Più o meno negli stessi anni in Val Pusteria

Enrico e Maria a passeggio per via Arenula. 1940

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria aveva allora 76 anni. Ne avrebbe vissuto altri dodici, in ottima salute, stroncata alla fine, in tre giorni, da una polmonite o, meglio, dai troppi amici che aveva. Il 14 febbraio del 1978, infatti, mentre era in bagno a lavarsi i capelli, il telefono squillò in continuazione: la chiamavano da tutta Italia e da mezzo mondo per farle gli auguri. Lei usciva ogni volta dal bagno con i capelli bagnati e, complice il freddo della grande casa di via Dandolo, questo le fu fatale. Tre giorni dopo moriva.

Negli ultimi anni della sua vita, comunque, ho avuto l’onore, l’onere (e anche, spesso, il piacere) di farle da autista, di ascoltare i suoi racconti, di scarrozzarla per Roma e, soprattutto, di portarla al Verano. Dove andavamo a trovare nonno Enrico e mia madre, che era morta nel 1972. Anche quando morì mamma mi ricordo che nonna non rinunciò (era evidentemente più forte di lei) al suo protagonismo. Il suo dolore era assoluto, quasi che fossero il figlio (che aveva perso la moglie) o i nipoti (che avevamo perso la madre) a dover consolare lei, la suocera che aveva perso la nuora con la quale aveva un così bel rapporto ( su questo mia madre non c’era più per dire la sua…). In quei giorni  la sentii parlare più volte dell’ingiustizia di quella morte, del non senso della vita, dell’impossibilità che esistesse un dio che permetteva tutto questo. Cose che si dicono in quelle occasioni, lo so, ma che sentivo profondamente anch’io.

Nonna nel posto che più amava: il sedile anteriore di un auto. Qui al Tuscolo, con amici, nel 1971

A Quiliano nel 1972, a fare la vendemmia nel podere lasciatole da Novi Lena

Quando qualche anno dopo, doveva essere il 1976, una volta che l’accompagnavo al Verano,  nonna Maria attaccò un discorso infinito sull’altra vita, sul fatto che avrei dovuto portare spesso fiori sulla tomba di famiglia quando lei non ci sarebbe più stata, che dovevo prometterglielo, perché lei avrebbe vegliato su di me dall’aldilà (come a dire che avrebbe comunque saputo se non l’avessi fatto…) e via dicendo.

A un certo punto non ne potei più e le dissi chiaro e tondo che non poteva dirmi queste cose, che mi ricordavo benissimo quello che aveva detto quando mamma era morta, che lei non credeva in Dio e quindi nemmeno al paradiso e via sbottando.

Lei allora mi guardò e, con uno di quei suoi sorrisi irresistibili che ne avevano fatto per decenni il centro del mondo, mi disse: “Enrico mio, vedi, io so quello che ho detto, ma ho compiuto qualche mese fa 86 anni. Sto bene in salute, è vero, ma non credo che me ne resteranno ancora molti da vivere. E se quello che dicono su Dio e sull’aldilà fosse vero? Meglio tenersi aperta anche questa possibilità”.

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Il vento del nuovo nella Roma del 1870

Chi frequenta queste pagine sa che uno dei nodi (meglio: “il” nodo) di tutta la vicenda di Enrico è il non rapporto con il padre: i genitori si separarono più o meno quando lui nacque e, quando la madre Ernesta morì (lui aveva allora solo sette anni), tutti i fratelli e le sorelle andarono a vivere con il padre Luigi, mentre lui, Enrico, venne cresciuto dalla famiglia Chierici.

Che cosa ci fosse dietro la separazione, non lo sappiamo con esattezza né lo sapremo mai, a meno che non escano fuori documenti che non saprei nemmeno dove cercare. C’era un altro uomo? Appare evidente che Tito Chierici (più o meno coetaneo, probabilmente un po’ più giovane di Ernesta) nutrisse per lei una vera e propria venerazione, ma è sufficiente questo per dire che ne fosse anche l’amante? Ed Enrico fu forse, assieme al gemello Eugenio morto poi a tredici mesi, il classico “figlio della colpa”, per questo rifiutato dal padre? Anche qui si possono fare solo supposizioni. Enrico assomigliava certo alla madre (e sua sorella Corinna, in una foto fatta a età avanzata, era anch’essa identica a lui). Somiglianze con Tito Chierici francamente non ne vedo. Se somigliasse o no al padre non so e non posso dire, visto che di Luigi Galantini non è rimasta traccia  tra le carte e le foto di mio nonno Enrico.

Su questa materia mi arrovello da un po’ e solo da poco ho cominciato a riflettere sulla coincidenza tra alcune date che forse possono aiutare a gettare un po’ di luce su questo dramma familiare. Ernesta sposò Luigi nel 1863: lei aveva 19 anni, lui 41, più del doppio. Il di lei genitore, quasi sessantenne, aveva evidentemente fretta di “piazzarla” con un “buon partito”. E Luigi, che nello stato delle anime dell’anno 1859 (quando trentasettenne viveva ancora con il padre e la madre) viene definito “esattore”, evidentemente lo era. Ernesta, come tutte le donne dell’epoca, sfornò un figlio dopo l’altro: nel 1873, prima di compiere trent’anni, ne erano già nati cinque.

Ma in quegli anni a Roma successe una vera e propria rivoluzione. Con la presa di Porta Pia entrò sicuramente una ventata d’aria nuova in una città che negli ultimi vent’anni Pio IX, dopo lo choc della Repubblica Romana, aveva progressivamente chiuso al mondo con quello che uno storico dell’epoca definì “un insano e violento modo di governo”. Al di là della speculazione edilizia, che cambiò (non sempre in meglio, per usare un eufemismo) il volto della città, dopo il 1870 arrivarono persone nuove, idee nuove, una ventata di modernità che certo non fu senza conseguenze per la vita dei romani, almeno di quelli che per status e situazione economica potevano partecipare alla vita culturale della nuova capitale d’Italia.

Mi piace pensare che la bisnonna Ernesta, che nel 1870 aveva 26 anni, sia rimasta colpita positivamente da questo vento di novità. Come è forse troppo facile ritenere che suo marito Luigi, quasi cinquantenne, sicuramente più legato al vecchio regime, non foss’altro che per ragioni anagrafiche, ne rimase invece turbato.

Nel 1875, come abbiamo visto in un altro post, venne a Roma da Firenze Luigi Chierici. Patriota, esule per undici anni in Turchia dopo la caduta della Repubblica Romana, medico, docente di Igiene sociale (la disciplina da lui fondata), conferenziere, era un convinto fautore dell’emancipazione femminile (fondò il primo istituto di instruzione superiore per donne del nostro paese). Non so come Ernesta venne in contatto con Chierici e la sua famiglia: se tramite amici, se dopo una conferenza, o forse addirittura con un incontro casuale. Chissà. Certo è facile pensare che il nuovo clima culturale, questo incontro e le idee di Chierici abbiano portato cambiamenti importanti nella vita di questa giovane signora benestante, una nuova consapevolezza di sé, al di là del suo ruolo di “fattrice” cui il padre e il marito l’avevano destinata. E che questo non sia piaciuto al marito, che vedeva sfuggirgli di mano una donna che probabilmente non capiva, né voleva capire.

Lo so, sto romanzando un po’ il tutto. Ma alle origini della separazione tra i due coniugi nel 1881 (cui probabilmente non fu estranea anche la morte di due dei primi figli, Augusto, morto a dieci anni nel 1877 e Costanza, a quattordici, nel 1881) ci potrebbero essere anche, nel background, questi cambiamenti, sicuramente acuiti dalla differenza d’età tra i due coniugi. Certo, resta il mistero del piccolo Enrico ripudiato dal padre, cosa difficilmente spiegabile se non con problemi (veri o supposti) di paternità da parte di Luigi. Ma questo resterà probabilmente un mistero irrisolto.

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Quando si dice le coincidenze…

Sto approfittando delle vacanze per girare un po’ la Sabina in moto. Vado dove mi porta il cuore e oggi il cuore mi ha portato a Cantalupo. Sono passato tante volte sulla strada che costeggia il paese ma non c’ero mai entrato – girare in moto crea assuefazione all’andare, e allora, perché fermarsi?

Oggi invece avevo deciso di provare a vedere se (ed eventualmente quando) fosse possibile visitare il palazzo Camuccini, nel giardino del quale venne scattata una foto di nonno Enrico bambino con una famiglia di amici (Catino è lì vicino, al di là della valle).

Nel giardino di palazzo Camuccini a Cantalupo, con la famiglia Voghera e i fratelli Corrado. Enrico Galantini è, dei due bambini seduti in basso, quello a sinistra

Il Corso era chiuso da una transenna. Ho parcheggiato lì vicino lo scarabeone e sono salito verso la piazza che si intravvedeva in cima alla strada.

Arrivato in piazza l’occhio mi è caduto sulla targa di una stradina che si apre sulla destra, l’ultima traversa del Corso. Via Luigi Chierici. Un signore anziano (avrà avuto una decina d’anni più di me…) stava mettendo una zanzariera sulla porta, gli ho chiesto se sapesse chi fosse quel Luigi Chierici, per capire se si trattava davvero del Chierici di cui ho parlato qui più volte. Mi ha risposto che credeva fosse stato un patriota. Bingo!

E Chierici in effetti doveva aver passato del tempo a Cantalupo, non so se in villeggiatura o meno: mi sono ricordato di aver visto nelle mie ricerche una lettera a lui indirizzata proprio a Cantalupo. Tornato a casa ho messo le parole “Via Luigi Chierici” su google e ho cliccato “invio”. Ho guardato le prime pagine, fino a dove c’erano segnalazioni in cui si parlava proprio di una via intitolata a Luigi Chierici, e l’unica località con una via Luigi Chierici è proprio Cantalupo.E io ci sono andato a sbattere per caso. Quando si dice le coincidenze… P.S. E il palazzo Camuccini? Non è aperto al pubblico. Il signore di cui sopra mi ha suggerito di bussare alla porta del barone (me l’ha indicata) e di provare  chiedergli se fosse possibile visitarlo (“Chiedere è lecito…”, ha aggiunto con un sorriso). Ma non è roba per me: ci vorrebbe un’altra faccia…

Proverò a scrivere una lettera al barone. Chissà se funzionerà…

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Perché di me memoria resti dell’anno 1906

Ancora su Maria. Un quaderno con tanti fogli bianchi, intervallati con delle stampine colorate di fiori e paesaggi “romantici”. E, non all’inizio, ma dopo poco, una “fotina” ritagliata di Maria sedicenne (con un cappellino che a me, profano nella materia, ricorda un piatto di frutta) sopra una scritta obliqua a tutta pagina: “Perché di me memoria resti dell’anno 1906”. Firmato (sulla “fotina”) Mimy, come amava farsi chiamare la giovane Löffler.

Un quaderno di ricordi, insomma, sul quale fare scrivere amiche e compagne di scuola di Milano e, qualche anno dopo, nel suo soggiorno a Londra del 1912, anche amici e amiche incontrati nell’allora capitale del mondo.

I “ricordi” degli anni 1906-1908 sono pochi, lunghi e abbastanza seriosi, come si confà a delle sedicenni di buona famiglia che già sanno che dopo la scuola ciascuna andrà per la sua strada e sarà difficile mantenere i contatti quando ci si sposerà e si metterà su famiglia, magari in un’altra città.

Il "ricordo" di Giuseppina Majocchi...

... e quello di Giuseppina Ester Guscetti

C’è chi con stile un po’ crepuscolare si domanda più volte “Che ne sarà di noi?” per poi concludere. “Qualunque cosa accada, che il tempo e le cose ci dividano, mutino i nostri volti e i nostri cuori, queste pagine resteranno a testimoniare un’amicizia forte e sincera, un’amica buona e leale”. L’autrice di questo ricordo si chiama Sandra Luporini e, non a caso, sceglie per sé le ultime due pagine dell’album.

Il "ricordo" di Sandra Luporini

La più simpatica tra le compagne è Adele Somaruga che sceglie tutt’altro registro, un po’ da maschiaccio. L’attacco è puro Fogazzaro: “Di’, Löffler, l’è mei dì: I shall go o I will go? Come si traduce: La miss è un’oca?” E continua: “Altro che ti ricorderai della Somaruga!  È impossibile che, pensando alla scuola, non ti si presenti alla mente l’immagine, forse lontana, della compagna del banco dietro al tuo, che, ora ti tirava il codino, ora ti cacciava la punta della matita nella schiena, ora ti faceva ridere ricordandoti la signora Sardelli che ballava sulla corda”. Anche la chiusa è in tono: “T’auguro una vita felice e ti stringo la mano, tanto da farti gridare: ahi!” .

Tutta un’altra aria nei “ricordi” londinesi. Citazioni, aforismi, frasi un po’ a effetto in inglese, francese e tedesco. Niente piccolo mondo antico, qui si respira aria di metropoli…

Quella che più mi piace è la pagina che leggete qui sopra di Amy Proctor, che sfoggia un bel cappellone e guarda diritta e sorridente in macchina. “È duro andare avanti dritti in un mondo che è così rotondo!!”  scrive. E sotto: “La felicità non può essere trovata. Dobbiamo crearla noi per noi stessi”.

Centocinque anni dopo, un nipote di Mimy (il sottoscritto) legge in un dotto e approfondito articolo pubblicato su non ricordo più quale rivista che ciò che viene messo su Internet non scompare più.

E allora, per dare seguito al desiderio espresso dalla sedicenne di allora, non mi resta che chiudere la copertina in pergamena lucida dell’album, con i suoi due fiori, forse viole del pensiero, in velluto rosa carico. E, dopo aver spostato il puntatore sul tasto “pubblica”, dare un colpo di dito medio sul trackpad. Che sia fatta la tua volontà, nonna Maria. Che resti per sempre, nell’ipermondo della rete, memoria di te e delle tue amiche.

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Facciamo il punto

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Quella mattina di giugno

Prima o poi dovrò provare a scriverla, questa storia. Anche se ci sono troppi “buchi” per i quali dovrò fare sfoggio di fantasia. E, soprattutto, anche se molti particolari della vita di tutti i giorni in quel periodo non li conosco.
Del resto non ho alternative. Con il passato della famiglia sono andato abbastanza avanti. Non è che non abbia ancora cose da dire. Ma forse il più è fatto. E allora bisogna che ci provi, a usare la fantasia. Nel frattempo continuerò a leggere su quegli anni e cercherò di non essere né timido né sfacciato nell’invenzione.

Quello che segue potrebbe essere un modo per iniziare a raccontare  la storia. O forse no. Intanto lo pubblico, tanto questi sono lavori in corso…

Pioveva, quel giorno di inizio giugno. Ma non era uno di quei bei temporali estivi tipici di quel mese. Sembrava di essere a marzo. Su Roma cadeva fitta un’acquerugiola sottile che si apriva a raggiera sull’ombrello e poi scendeva giù, compatta fino a terra. Aveva piovuto tutto il giorno, con brevissime pause quasi a ricaricare il serbatoio. E adesso, alle cinque e qualcosa del pomeriggio, aveva ripreso con la stessa cadenza imperturbabile.
Enrico raggiunse il portone del numero 56, l’ultima casa di Via Gregoriana. Da casa sua, in via Principe Amedeo, c’era voluto un quarto d’ora a un passo abbastanza spedito. Ora era qui per accompagnare alla stazione l’amico di una vita che andava verso il Nord, là dove da poco più di due settimane era iniziata la Guerra contro i vecchi alleati dell’impero.
Adriano aveva voluto partire volontario, come soldato semplice, lui che, essendo laureato e avvocato, avrebbe avuto diritto a fare l’ufficiale. – Ma quale comando e comando – aveva risposto a suo padre Giuseppe che glielo aveva fatto notare. – Io di guerra non so niente, se non che oggi è giusto farla. L’ufficiale lo faccia chi ha esperienza. Io vado a fare il mio dovere di italiano.
E così si era arruolato – si era presentato al distretto militare il 25 maggio –  come soldato semplice, volontario di guerra. Lo avevano destinato all’artiglieria. Gli avevano dato una divisa che gli stava un po’ stretta, – Ma al fronte vedrai che dimagrirai, aveva provato a scherzare la fidanzata Maria – un pastrano un po’ troppo lungo, il  sacco d’ordinanza. L’avevano mandato nella caserma dell’artiglieria a Tor di Quinto per una prima fase di addestramento. Poi, complice un biglietto (segreto) di suo padre al generale Rossone, gli avevano permesso di passare un paio di giorni a casa prima di partire per Mestre, da dove poi avrebbe raggiunto la sua destinazione.
E adesso era lì, davanti a lui, nell’androne di palazzo Boncompagni, che conversava con il vecchio Sante, il portiere. Nonostante Adriano avesse ormai 33 anni suonati e fosse uno stimato avvocato del Foro di Roma e di quello di Genova, a Sante Miraglia, che lo aveva visto bambino, scappava di chiamarlo ancora “signorino”, prima di correggersi in un più rispettoso “Avvocato Novi Lena”. Adesso il portinaio stava lì, impettito e con il cappello tra le mani, a salutare il figlio del Commendatore che partiva per il fronte austriaco, per quella guerra che tutti speravano sarebbe stata rapida e vittoriosa.
– Eccoti – lo salutò Adriano che gli si fece incontro e l’abbracciò. – Sono sceso io un po’ prima per evitarti scene penose. Il babbo stava lì, dritto e muto, ma il barbozzo gli tremava un pochino. Sai com’è: lui non approva la mia scelta ma, una volta che me lo ha detto, ora tace. Mi ha guardato, mi ha abbracciato e mi ha detto “Adesso è ora che tu vada”. E così sono sceso ad aspettarti qui. Ma tu, domani o quando puoi, vienilo a trovare. Ti vuol bene, lo sai, come a un secondo figlio.
– E la signorina Maria? – chiese Enrico.
– La Maria lo sai com’è. Ha fatto il suo pianto, la sua scena madre. Ma prima, quando eravamo soli in salotto. Poi, davanti al babbo, ha mantenuto la sua compostezza da vestale ferita e un po’ offesa da quest’uomo che alla sua venustà preferisce il richiamo della Patria. Mi ha baciato sulla fronte, mi ha benedetto ed è rimasta lì a guardarmi uscire. Niente da dire, una gran donna.
– Sì, una gran donna – concordò Enrico. E fece per prendere l’ombrello e aprirlo.
– No, aspetta, tra un po’ dovrebbe arrivare la carrozza. Il babbo ha voluto che la prendessi. Ne ha fatto quasi un punto d’onore. L’ultimo privilegio da borghese benestante, prima della dura realtà del fronte, ovunque mi destinino. E devo dire che, con questa pioggia, mi ha fatto anche piacere la sua iniziativa. Da stasera inizia un’altra vita. Dove di carrozze mi sa che non ce ne saranno tante…

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Dall’album di nonna Maria

L’altro giorno ho seguito una lezione assai interessante nel nostro corso di formazione all’editoria on line e ho scoperto un software assai interessante (che si chiama Prezi) per fare presentazioni, che sto studiando.

Ho provato a utilizzarlo per mostrare qualche foto dell’album di Nonna Maria di cui ho già parlato. Potevo fare di meglio? A questo stadio, purtroppo no. Spero si veda almeno discretamente.

Qualche piccola istruzione per l’uso.

Primo, cliccare sul link qua sotto

Si aprirà una finestra su Prezi e il mio “Una vita in 100 foto” (titolo un po’ esagerato). Cliccate sulla freccia a destra e a ogni clic vedrete una tappa successiva della presentazione. Se con la freccia del mouse toccate il bordo destro della finestra di Prezi, compariranno due tasti + e – con i quali zummare o meno l’immagine. Effetto che si può ottenere anche con la rotella del mouse.

Buona lettura

Le foto di nonna Maria

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Il brevetto di Johann

L'industriale e i suoi prodotti: Johann Löffler e le sue corone di fiori

Nell’inverno del 1972 e nella primavera del 1973 ho vissuto sei mesi a Milano, facendo uno stage all’ufficio stampa della Dalmine. Tra i compiti che mi furono affidati (oltre a rimettere in ordine alfabetico le circa 10.000  schede dell’indirizzario degli abbonati alla rivista dell’azienda) ci fu quello di cercare materiale per un libro sulla Milano di fine 800 (libro che poi ovviamente non si fece).

Andando a fare ricerche alla biblioteca Ambrosiana, incappai in un tomo sull’industria a Milano a fine secolo. Fu con non poca sorpresa che trovai citata, tra le aziende più grandi della città (aveva non ricordo se 250 o 300 dipendenti), quella del mio bisnonno, Johann Löffler. Sapevo da racconti di famiglia del suo brevetto e della sua impresa – fabbricava corone di fiori in metallo e ceramica –, ma non avevo idea che si trattasse di un’azienda così consistente. Ma del resto la morte è una merce che non va mai fuori moda. Ovviamente non ho conservato i riferimenti bibliografici e, se volessi ritrovare quei dati e quel libro, dovrei fare la ricerca da capo e sperare di avere la stessa fortuna.

Qui, e a destra, due immagini di Johann Löffler in età avanzata

Il giovane praghese fuggito dal suo paese per non fare il militare aveva trovato a Milano la sua America. Almeno fino al 1915, quando, scoppiata la guerra, venne espropriato e costretto a lasciare l’Italia. Lui, che nel frattempo si era fatto un’altra famiglia a Torino con la segretaria, dalla quale aveva avuto due figli, andò a vivere a Lugano, in Svizzera. Dove era ancora vivo nel 1924, visto che di quell’anno è una lettera di nonno Enrico in cui lo avvisa che certi documenti che aveva chiesto gli sono stati mandati. Chissà se la sua seconda famiglia andò in Svizzera con lui. Magari, adesso, invece di avere lontani parenti sconosciuti a Torino, potremmo averli in Svizzera (non che cambi molto, visto che sconosciuti sono e sconosciuti resteranno, a meno che un loro discendente, mettendo su Google il nome Löffler, non incappi in questo blog…)

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